Il peso dell’ombra

Sin dalle origini delle arti figurative, l’ombra ha rappresentato nel mondo occidentale la misura della tridimensionalità e della matericità di un soggetto rappresentato. Dalle teorie pliniane relative al disegno ad oggi, passando nei molti strumenti di espressione, dal disegno alla pittura, dalla fotografia al cinema, complice anche la letteratura e quel ruolo da doppio simbolico che l’ombra spesso ha avuto, è divenuta un elemento imprescindibile nell’immagine. Spesso scattando una fotografia ci rapportiamo con questo elemento fondamentale, che come complementare della luce è onnipresente nelle nostre immagini. Quell’equilibrio ricercato che la composizione richiede, ci porta a scegliere il ruolo che giocherà. Sarà un alter ego del soggetto, oppure un antagonista, o molto più semplicemente rappresenterà quell’immaterico assente che diventa il presente di un soggetto che non vediamo ma c’è. Considerazioni espresse magistralmente da Gabriele Basilico :  “Anche l’ombra diventava – come insinuando, suggerendo e poi svelando – un elemento compositivo e la fotografia acquistava la stessa importanza e lo stesso peso specifico del disegno e anche la capacità di rappresentare quasi andando oltre l’esistente”. Un concetto che lui riassume come ipervisibilità.

La scena che si compone davanti ai nostri occhi avrà allora un visibile e un invisibile che dialogano insieme, che insieme costruiscono la nostra immagine della realtà, del tangibile. Architetture reali quanto oniriche. In quel mondo al di là dello specchio si trova la storia che abbiamo visto, deciso di ritagliare e inquadrare e iniziare a raccontare. E come Alice più ci abbandoneremo alla possibilità plausibile del nostro racconto e più questo diventerà vero. E se ogni fotografia è una storia, più il nostro racconto seppur visionario, sarà autentico, più porterà chi guarda a perdercisi dentro e, come in un caleidoscopio emozionale, a trovare altre storie.